
Ogni tanto mi dimentico quanto riesca a farmi stare bene leggere un libro. E' una cosa silenziosa, la lettura, quasi a margine della vita, buttata lì per caso fra una roba e l'altra, si legge sul pullman, in treno, la notte aspettando di addormentarsi, in bagno; è una cosa così incastrata in mezzo ad altre cose che a volte mi dimentico di cosa rappresenti veramente. D'altronde anche mentre lo sto leggendo un libro se ne resta per la maggior parte del tempo lì semi-sepolto sul comodino in mezzo a riviste, giornali, lampade, bicchieri, telefonino, posacenere, cornice, tazza della camomilla e quant'altro.
Quando leggo un bel libro di solito finisce che me lo porto dietro dappertutto, nello zaino o nella giacca, anche se so già che non avrò il tempo di leggerlo, così, come una presenza rassicurante.
Mi piacciono i piccoli ritagli delle mie giornate in cui i personaggi vivono le loro, sperduti su isole tropicali o in grandi città lontane; mi piace vedere il libro appena comprato, ancora chiuso e composto, che a poco a poco si ricopre di tutti i segni della lettura, le orecchie in cima alle pagine, gli angoli arricciati, ingialliti, la rilegatura che si rilascia e sospende le pagine mantenendole socchiuse per sempre. D'altronde, loro fanno la stessa cosa con chi li legge, lasciando dentro un mucchio di segni, a volte visibili a volte no.
Non so cosa contribuisca a fare di un libro un bel libro, a volte credo soprattutto la disposizione mentale di un lettore, più altre cose che dificilmente si trovano nelle recensioni o sulla copertina:
'ATTENZIONE! libro da leggersi in cima a uno scoglio sul mare, preferibilmente a ore crepuscolari' ; 'Lettura da condividere con la persona di cui si è innamorati, a voce alta, un capitolo per uno'; 'Libro da sognare la notte, da soli, nel buio della propria stanza'. ecc.ecc.
Piccole istruzioni per l'uso, che nessuno scriverà mai, e che ciascuno trova nel suo rapporto silenzioso e personalissimo con la lettura.
Citazione finale, letteraria e autunnale, di un libro caldamente suggeritomi da una sconosciuta incontrata alla biblioteca dell'università. Si chiama 'La salle de bain' di Jean Philippe Toussaint. Non l'ho ancora finito, è interessante, racconta di uno che vive a parigi con la sua ragazza in una situazione un po' improbabile, un po'alla john fante, un po' alla bertolucci.
'Ci sono due modi di guardare cadere la pioggia chiusi in camera dietro un vetro. Il primo è di mantenere lo sguardo fisso su un punto a caso dello spazio e vedere il susseguirsi della pioggia nel posto scelto; questo modo, tranquillizzante, non rende però alcuna idea della finalità del movimento. Il secondo, che richiede una vista alquanto più allenata, consiste nel seguire la caduta di una singola goccia alla volta, dall'ingresso nel campo visivo fino al suo infrangersi sull'asfalto. Così è possibile rendersi conto che il movimento, per quanto fulmineo possa essere in apparenza, tende essenzialmente verso l'immobilità, e che in conseguenza, per quanto lento possa sembrare a volte, trascina continuamente il corpo verso la morte, che è immobilità. Olè.'
Prima o poi metterò l'originale francese.forse.
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